venerdì 27 febbraio 2026

Sogni (non troppo) epici



L'epos omerico è pieno di sogni.

Il sogno, per i greci, era una realtà non meno solida della realtà 'reale'. Almeno per i greci dell'età di Omero. Era una figura - il Sogno: Oneiros - che penetrava nella camera da letto del sognatore e si metteva sopra la sua testa, e parlava, portavo il suo messaggio.

Pur nella loro stilizzazione - stesse formule per definire l'arrivo del Sogno, il suo 'posizionarsi', le sue parole introduttive: "tu dormi, ma..." - sono sogni tutt'altro che banali.

Nel secondo libro dell'Iliade, Agammenone ha appena consumato la sua lite con Achille: questi si rifiuta di combattere dopo che gli è stata sottratta la sua schiava, Briseide. È notte e, giustamente, dorme. Arriva il Sogno che assume le sembianze dell'ascoltato e saggio eroe Nestore, il più anziano fra gli eroi achei a Troia, e lo apostrofa con le consuete parole: 

"Tu dormi, ma..."

Non è conveniente - dice il Sogno - che chi ha le responsabilità di essere capo di un esercito dorma. Invece, raduni l'esercito e attacchi Troia: gli dèi hanno deciso la vittoria. Ormai è deciso che Troia verrà distrutta. 

Il lettore sa che nulla di tutto ciò è vero.

Gli dèi si sono riuniti, sì. Ma non per decidere questo. Hanno invece deciso in favore di Achille: è tempo di dargli ciò che gli è stato promesso. Vita breve ma gloria eterna. Zeus ha mandato il Sogno Cattivo per far fare un passo falso ad Agamennone. 

Predizione e prescrizione sono false.

Il 'desiderio' (per dirla in termini psicoanalitici) o la volontà di Zeus sono di causare la sconfitta degli Achei e di Agamennone. Nella celeberrima teorizzazione freudiana, la parola del sogno rivela non il desiderio di Dio - come nella tradizione antica - ma quello inconscio del sognatore. 

Quindi, se volessimo applicare questo slittamento, che cosa desidera - senza propriamente 'saperlo' Agamennone?

Desidera la gloria personale, senza l'ingombrante fardello di un altro eroe a rubargli la scena. Ora, ora che si è liberato di Achille, vuole più che mai prendere Troia. L'odio e l'invidia verso Achille, esplosi durante la lite, sono i produttori del sogno, i materiali anche mnestici - la lite è del giorno prima - su cui è costruito il sogno.

Tuttavia, la lite con Achille - lo 'scisma', la guerra intestina, la frattura interna - ha inaugurato un tempo nuovo: tempo appunto 'scismatico', in cui alla divisione al vertice del potere corrisponde (questa la mia idea) la divisione nelle cose, nella realtà. Non sono pochi i miti arcaici in cui l'inattività, la fragilità, la divisione del potere nelle figure che lo rappresentano, si ripercuote sul reale e lo rende improduttivo, fragile a sua volta. 

È proprio ciò che accade sotto le mura di Troia: il potere reale - Achille, colui che si è accorto della malattia (la peste decimava l'esercito), che ha cercato di porvi rimedio - è inattivo e 'magagnato'. Nella mitologia nordeuropea è la figura del Re-pescatore: un re ferito all'inguine che non può più governare e sta su una barca seduto a pescare, mentre suoi emissari vanno in giro al suo posto. Esattamente quanto accade ad Achille, privato della donna, seduto in disparte, auto-escluso dal 'governo' della cose (dalla battaglia). 

Il potere formale - Agamennone, investito da Zeus del potere ma privo delle doti effettive per esercitarlo - è iper-attivo, svegliato dal suo desiderio inconscio ("tu dormi, ma..."), ma incapace di realizzarlo. 

Che prove abbiamo che sia così?

La prova è nella scena successiva. Agamennone cerca il modo di riunire l'esercito. 

Ma come - si chiede il lettore - "il modo di riunire l'esercito"? Non è forse il capo? Non può dare un semplice comando? 

No. Vuole 'mettere alla prova' l'esercito. Con un discorso in cui finge di voler abbandonare l'impresa: l'esercito dovrà - nel suo intento - ribellarsi a questo scenario, compattarsi e votarsi all'impresa. 

È giusto che avvenga così, dice Agamennone agli altri capi riuniti. Non con un ordine diretto, ma attraverso un manipolazione psicologica. Tuttavia, affinché la manipolazione riesca, occorre che a farla sia un leader vero, dotato di reali capacità di leadership. La 'prova' è prova tanto dell'esercito quanto delle capacità di leadership vere, non formali, del capo. 

E infatti fallisce. 

L'esercito è stanco (lo aveva ben visto Achille) e vuole tornarsene a casa. 

Il sogno di Agamennone è dunque il contrario di quello che dovrebbe essere: non una scena estranea al dominio narcisistico dell'Io, ma proprio una fantasia narcisistica. 

Zeus non ha dovuto far altro che assecondare la furia narcisistica di Agamennone, l'immagine di sé distorta che il sovrano aveva già da sveglio. Il Sogno non ha svegliato il sonno del desiderio, ma addormentato il sognatore. 

Cosicché è la realtà ad essere ormai un sogno cattivo, in cui le parole non vanno a segno, gli stratagemmi non riescono, le prove falliscono, i sogni non si realizzano. 

Le cose sono divise dalle rappresentazioni.

(Omero sa il fatto suo e la sua 'epica' non ha niente di eroico: non si può far guerra, nell'Iliade e non si può tornare a casa, nell'Odissea. L'eroismo delle cose che vanno a segno è mostrato nella sua fragilità, non celebrato nella sua saldezza) 

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