La sterminata produzione platonica, un corpus di 36 scritti raggruppati in 9 gruppi di 4 (tetralogie) si apre con crime in piena regole: la 'cornice' dell'Eutifrone. Il dialogo è infatti il primo della prima tetralogia: una posizione di assoluto rilievo e che poteva fungere – nelle intenzioni del primo editore (che non fu Platone) - da introduzione all’intera filosofia platonica.
Ed ecco la vicenda: Socrate ed Eutifrone si incontrano davanti al tribunale ateniese, presso la Stoa Basileios; dove Socrate è stato condotto, lasciate le sue abituali discussioni al Liceo, da un “fatto nuovo” (Τί νεώτερον). Il quale ben presto si rivela essere l’accusa intentatagli da Meleto; Eutifrone invece ha citato in giudizio il proprio stesso padre, omicida.
Si tratta della cosiddetta 'cornice' del dialogo: molti dei dialoghi socratici di Platone iniziano infatti con piglio da romanzo, raccontando una circostanza, personaggi, dialoghi, ambienti, entro cui si va poi ad innestare il dialogo vero e proprio, su un tema di carattere 'filosofico'.
E veniamo al 'caso' del padre di Eutifrone.
La vittima è un uomo di Nasso, coltivatore a giornata nei campi del padre di Eutifrone, ucciso da costui ed a sua volta, in precedenza, omicida. Ubriaco, egli aveva infatti ucciso uno schiavo appartenente al suo datore di lavoro; il quale, legatolo mani e piedi, lo aveva fatto gettare in una fossa e aveva mandato un messo ad Atene per sapere dall’esegeta cosa si dovesse fare. Mentre ancora si attendeva il ritorno del messo, l’omicida nella buca era morto, per la fame, il freddo e lo stato di abbandono in cui versava (motivo per il quale Eutifrone aveva intentato causa contro il padre, omicida).
La vicenda è stata analizzata dagli studiosi in ogni particolare, ora per scagionare ora per condannare il comportamento di Eutifrone: innocentisti e colpevolisti. In estrema sintesi: l’azione legale contro il proprio padre era giuridicamente possibile ma non obbligatoria e comunque sconveniente; la paura di Eutifrone di essere contaminato vivendo con un omicida non era, per larga parte dei greci di V secolo, una semplice superstizione o un fanatismo; la procedura seguita dal padre di Eutifrone per far giudicare il suo dipendente è corretta, essendo stata Nasso una cleruchia ateniese fino al 405-404, benché anacronistica se rapportata alla data fittizia del dialogo, un mese prima del processo a Socrate (400-399).
L’abbondanza di dettagli, la precisione con cui i vari aspetti della vicenda sono tratteggiati mi sembra debbano sconsigliare una analisi superficiale: quale il suo significato? E quali i suoi rapporti con il resto del dialogo, cioè il problema della ricerca definizionale (nella fattispecie: che cosa è “santo”?)
Sembra scontato cercare delle analogie fra i personaggi del dialogo: fra Meleto ed Eutifrone (entrambi ‘intentatori’ di processi) e, di conseguenza, fra il padre di Eutifrone e Socrate, vittime innocenti dei loro “persecutori”. Penso invece che la vera analogia si quella fra Socrate e l’uomo di Nasso, e che essa inviti a non considerare come saliente la questione dell’innocenza o colpevolezza dell’accusato.
Ogni particolare di questa vicenda è ben architettato. Analizziamoli uno per uno.
Nasso. È un’isola delle Cicladi, cleruchia ateniese per tutta la seconda metà del V sec. a.C. fino ad Egospotami. Diversamente dai semplici coloni, i cleruchi mantenevano la cittadinanza ateniese e le loro cause venivano giudicate da tribunali ateniesi; la legge ateniese e la distanza di Nasso da Atene – non meno di 4/5 giorni di navigazione - creano le condizioni della morte dell'uomo di Nasso.
La legge. Secondo la legge ateniese, uno dei parenti dell’ucciso oppure, nel caso che l’ucciso fosse uno schiavo (come in questo caso), il padrone dell’ucciso ha l’obbligo di intentare processo contro l’uccisore. La precisazione che l’omicidio sarebbe avvenuto durante uno stato alterato di coscienza dell’omicida (ubriachezza) potrebbe costituire però un’attenuante.
L’esegeta. Era l’interprete delle leggi sacre, in quei casi che davano origine a dubbi, come in questo. Il fatto che egli sia chiamato in causa per capire il da farsi implica infatti che esistevano (almeno) due differenti possibilità; in caso contrario il padre di Eutifrone non avrebbe avvertito la necessità dell’invio di un messo. Se la legge è certa, la sua applicazione (cioè la decisione dell’esegeta) è imprevedibile.
Morendo di stenti in attesa di giudizio, prima ancora di subire un processo, l’uomo di Nasso resta per così dire cristallizzato nella condizione di accusato. Pare ipotizzabile che il dialogo inviti a considerare proprio questa condizione: quella di chi si trova (colpevole o innocente che sia) a subire un’accusa. Una condizione che, appare subito evidente, può diventare di totale abbandono ed incuria ed essere infine mortale per chi la subisce.
La situazione raccontata da Eutifrone è una vera e propria 'macchina infernale'
È molto noto, anche al di fuori della cerchia di specialisti, il “paradosso del gatto” di Erwin Schroëdinger, uno dei fondatori della meccanica quantistica, premio nobel per la fisica nel 1933, con eccellente formazione filosofica; egli ribadì che l’operazione di misura delle variabili di un sistema fisico modifica irreparabilmente il sistema e sostenne che tali variabili non hanno alcun valore definito ma soltanto probabilistico: prima dell’osservazione, la particella da osservare si trova contemporaneamente in tutte le posizioni che può assumere. Ed ecco il paradosso:
Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità di essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, con probabilità pari a quella che non ne decada nessuno. Se accade, il contatore aziona su un relais un martellino che frantuma una fialetta con acido prussico. Se si è lasciato a sé questo intero sistema per un’ora, si dirà che il gatto è ancora vivo, se nessun atomo è decaduto. Il primo decadimento atomico invece lo avvelenerebbe. La funzione psi del sistema intero (cioè la funzione che ne esprime lo stato probabilistico) esprimerebbe ciò col fatto che in essa il gatto vivo e il gatto morto (sit venia verbo) sono mescolati o pasticciati in parti uguali.
Elaborato per mettere in evidenza il punto debole della interpretazione della teoria quantistica proposta dal fisico danese Niels Bohr, il paradosso rappresenta l’idea secondo la quale, visto che è impossibile conoscere le condizione di un sistema prima di osservarlo (aprire la scatola), fintanto che esso non sia stato osservato (fintanto che la scatola rimane chiusa) si trova in uno stato indeterminato (il gatto è sia vivo sia morto).
L’illusione che tale paradosso produce è che la vita del gatto sia di fatto nelle nostre mani, cioè che l'osservazione determini il risultato dell'osservazione stessa.
Fin qui la fisica quantistica, con i suoi dilemmi.
Tenendo in mente il gatto di Schroendinger, ipotizziamo che la cornice dellEutifrone metta in scena una sorta di sistema: la macchina infernale è costituita dal messo, dall’esegeta e dalla legge ateniese: singole particelle che agendo l’una sull’altra potrebbero o non potrebbero in un certo tempo mettere un moto un meccanismo che determini la processabilità o non processabilità, e nel primo caso colpevolezza o l’innocenza dell’uomo di Nasso. Durante questo tempo, l’uomo di Nasso è simultaneamente colpevole e innocente. Nei 4/5 giorni di navigazione necessari a ricevere il responso da Atene, (1 ora nel paradosso del gatto) il sistema è in stato indeterminato.
L’uomo nella buca - che attende di conoscere il suo destino da un esegeta lontano - incatenato, esposto alla fame e al freddo, è - possiamo ipotizzare - un paradigma della condizione dell’accusato ( e dell'accusatore).
Eutifrone definisce con cura le rispettive posizioni: «certo a te non accade di avere una causa davanti all’arconte re, come a me». Il senso si precisa nelle battute successive: «qualcuno, a quanto pare, accusa te; non posso pensare diversamente: che tu accusi un altro» e, insistentemente: «dunque un altro <accusa> te». Stessa apparente pedanteria per definire la posizione di Eutifrone, con Socrate, stavolta, che chiede: «fuggi la causa o la persegui?» e poi: t…na «chi <persegui>?»[1]. In questo gioco di precisazioni su precisazioni non può sfuggire che, se l’accadimento ‘causa’ mette i due nelle stesse condizioni e nello stesso luogo fisico, esso può essere vissuto da fronti molto diversi. In un senso molto lato, diremmo, con Socrate: di chi fugge e di chi insegue. Ma anche: del soggetto e dell’oggetto.
Questo potrebbe essere, al di sotto delle fatiche definitorie sul “santo” che si snodano lungo il dialogo affaticando esegeti e lettori, il tema dell’Eutifrone: la conciliazione fra la ‘novità’, contingente e biografica dell’essere oggetto (o ‘accusato’) e la necessità, filosofica e morale, di essere soggetto.
Platone sta parlando, io ritengo, della condizione di passività che è, per così dire, il grado zero dell’esperienza filosofica. Essa irrompe con forza stra-ordinaria nella vita dell’individuo, lo strappa alle sue occupazioni abituali, lo trasporta in un altrove infero e umiliante. Se, nel caso dell’uomo nella buca, era parso che colui il quale è oggetto (di accusa) fosse ipso facto colpevole o empio, nella continuazione del dialogo si vede come l'azione santa è quella amata dagli dèi. Ad essere oggetto di azione altrui (divina) può essere l'empio, ma anche il suo contrario: il «santo».
Dunque l’azione passiva, subita dal soggetto, non è grado di definirlo nella sua essenza ma tutt’al più di raccontarlo nei suoi ‘patimenti’, di raccontarne un frammento biografico; l'azione intransitiva di Socrate, il suo donarsi senza riserve - «tu sembri uno che raramente offre se stesso e non vuole insegnare la sua sophia. Io invece - aveva detto Socrate - per effetto della mia filantropia temo di apparire uno che si prodiga nel dire a chiunque non solo senza compenso, ma dando io stesso se qualcuno vuole ascoltarmi» è l'azione etica per eccellenza.
E l’uomo nella buca?
La convinzione del padre di Eutifrone, il parere dell’esegeta, perfino una eventuale condanna sono insignificanti e impotenti a stabilire se egli sia o non sia empio. Anche l’amore (o il non amore) degli dei lo è. Ciò che può definirlo è soltanto la sua capacità - attiva, dinamica, generatrice - di restituzione ad altri di ciò che ha ricevuto. L’azione morale del soggetto che si trovi in stato di passività forzata è l’azione intransitiva, il dono che non sia contraccambio.
Forse, il per-dono?
