venerdì 17 aprile 2026

È morale la ricchezza?




Caravaggio, Vocazione di San Matteo

Caravaggio, Vocazione di San Matteo


Gesù che, nel recinto del Tempio di Gerusalemme, si scaglia contro venditori e cambiavalute si colloca in una linea di pensiero che tende a svalutare la ricchezza, svuotandola di contenuto 'morale' e anzi legando ricchezza a immoralità. 

La riflessione greca sul rapporto fra ricchezza e moralità occupa il primo libro della Repubblica di Platone. Il libro si apre con Socrate che, su insistito invito di Glaucone, si reca con costui a casa di Polemarco dove trova il padre di lui, il ricco Cefalo, intento a compiere un sacrificio. Fra Socrate e Cefalo si svolge dunque un breve e significativo dialogo, dai toni garbati e affettuosi: i due parlano della vecchiaia, se essa sia o meno un momento difficile dell’esistenza. Socrate chiede ad un certo punto se la serenità con cui il suo interlocutore la sopporta così facilmente non sia, come molti ritengono, frutto delle molte consolazioni che solo la ricchezza può offrire. Il discorso si sposta così sulla ricchezza di Cefalo e sulla ricchezza in generale. 

Socrate chiede quale sia il vantaggio di possedere la ricchezza e Cefalo risponde che, fra i vantaggi, il maggiore è il poter dire sempre la verità, l’essere in grado di restituire i debiti, il morire senza la paura di aver commesso ingiustizia. La ricchezza agevola e facilita la giustizia. Su questi temi la discussione prende avvio e continua anche in assenza di Cefalo, che lascia il posto a Polemarco. Si tratta ora di definire questa ‘giustizia’: le azioni menzionate da Cefalo — specialmente quella di restituire il debito — avverte Socrate, possono essere compiute giustamente o ingiustamente. A questa asserzione Socrate fa seguire un esempio: se un tale prende in consegna delle armi da un amico sano di mente, nel caso in cui questi —perso il senno— ne richieda la restituzione, restituirle sarebbe giusto o sbagliato? La risposta corretta ovviamente è: sbagliato. Se ne può concludere che restituire ciò che si è ricevuto in pegno non sia possibile definirlo ‘giustizia’?

L’idea del debito da restituire, del deposito da rendere è interessante: essa chiama in causa una tipologia di relazioni — quelle finanziarie, in cui i contraenti si pongono in modo simmetrico — come modello delle relazioni umane improntate a giustizia. La possibilità di restituire il debito o di rendere un deposito, relazione orizzontale per eccellenza, ha valore paradigmatico di una più vasta gamma di relazioni di reciprocità. Chi restituisce un debito è dotato di rispetto e giustizia, virtù tese alla relazionalità, e in grado di garantire rapporti orizzontali fra individui rispettosi e reciprocanti l’un l’altro. 

La ricchezza di Cefalo è il segno del corretto inserimento nel tessuto politico-economico della comunità. Il ricco è uguale all’amico, anch’esso ricco, a cui occorre restituire ciò che ha prestato.

Cefalo è per Socrate colui che vuole (ed è in grado di) non essere in debito né in credito, di andare sempre in pari con i suoi interlocutori, cui rende né più né meno di ciò essi hanno dato. Ed ecco dunque assumere pieno rilievo l’obiezione, apparentemente incongrua, di Socrate: e se il creditore o colui che ha dato in deposito fosse nel frattempo mutato? In relazione, per esempio, al suo stato di salute mentale? E ciò di cui avesse bisogno ora fosse diverso rispetto a ciò che ha in precedenza lasciato/depositato? 

Socrate, in molti dialoghi di Platone, appare come un campione di distribuzioni diseguali e ammiratore di Prometeo, mitico artefice della distribuzione più diseguale fra tutte, quella sacrificale: agli dèi il fumo profumato delle vittime immolate; agli uomini la loro nutriente carne. 

Diseguale vuol dire anche: sensibile al tempo, alla diacronia. 

Nella pratica filosofica di Socrate, cosa può voler dire distribuzione diseguale e sensibile alla diacronia? Sono molte le pratiche in cui funziona il modello delle relazioni simmetriche del tipo "restituire il debito": per esempio, le pratiche religiose tradizionali. Il devoto offre un sacrificio per ottenere una grazia, prega formulando una richiesta e così via...

Colui il quale reputa giusto ricevere o rendere esattamente ciò che ha dato o ricevuto non tiene conto delle nuove evidenze che ogni partecipante immette nel processo relazionale e che la relazione stessa produce nel tempo; evidenze che rendono ogni interlocuzione nuova rispetto a ciò che la precede. La relazione fra parlanti mostra con chiarezza questa peculiarità. A differenza di quanto accade fra il debitore e il prestatore, nella comunicazione orale ogni parlante immette nella relazione una ‘merce’ il cui valore non può essere stabilito in anticipo. Nessuno degli interlocutori può sapere, prima che la comunicazione abbia luogo, se e come comprenderà l’altro, se e come riconoscerà il significato che l’altro attribuisce alle parole di cui si serve e anche che significato egli stesso attribuirà alle proprie parole, che potrebbero apparirgli in una luce del tutto nuova proprio in virtù del suo relazionarsi all’altro (soprattutto se l’altro è Socrate).

Un parlante potrebbe, dice forse Socrate con l'esempio del pazzo e delle armi, cambiare il suo modo di pensare (il suo modo di collegare azioni e parole) durante un’interazione o per esito di essa, e ciò svuota di senso l’idea di “restituire ciò è stato dato in deposito”. Egli potrebbe aver chiesto qualcosa di cui ha poi scoperto, nel corso della relazione, di non aver bisogno, o che addirittura sarebbe nocivo per lui ricevere. L’immagine di sé proiettata da un parlante all’inizio di una relazione comunicativa può divergere sensibilmente da quella finale e l’interlocutore, per interpretare davvero il suo ruolo, dovrebbe sincronizzarsi ai possibili cambiamenti o meglio contribuire a provocarli e a orientarli.

La reciprocità orizzontale delle transazioni finanziarie non può dunque essere un modello per il problema della giustizia, la quale necessita di altri riferimenti. Nelle relazioni comunicative, la contrattazione di significati tende con tutta evidenza ad un fine che non è quello del mero ‘pareggio di bilancio’ fra interlocutori, ma che chiama in causa, invece, la ‘salute’ dei parlanti.

Socrate è sempre per uno sbilanciamento oblativo, per dare più di quanto ha ricevuto, per servire senza chiedere, per il gesto gratuito e anzi svantaggioso, per il dono senza contraccambio, per la spesa, lo sperpero di sé. 

Questo è per lui 'morale'. 

(Non per Platone, il quale arriverà invece a teorizzare il carattere moralmente neutro della ricchezza)





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