Molto intelligentemente, non sapendo come rendere pittoricamente la figurazione sullo scudo di Achille, i ceramografi lo mostrano dall'interno!
Negli ultimi libri dell'Iliade Achille subisce una trasformazione: qualcosa muta nella sua identità. Questo cambiamento si può leggere in diversi modi: il più semplice è legato alla ‘trama’ del poema.
Achille soffre per la morte di Patroclo e si vuole ‘vendicare’. Resta quel crudele e sanguinario che è sempre stato, tant’è vero che uccide Ettore e si tiene il suo cadavere straziato sotto il letto.
Ma l’armamentario simbolico che Omero mette in campo per significare il cambiamento di Achille mi sembra sproporzionato rispetto al tema ‘vendetta’ e più appropriato a descrivere proprio il cambiamento, il rinnovo della propria identità.
Come si cambia? Qual è l’aspetto e quali le azioni di un individuo che ‘è cambiato’?
Il tema è interessante.
“Devi cambiare la tua vita”: è un appello che ci viene rivolto spesso, fuori e dentro di noi.
E allora la nuova versione di Achille ha, per cominciare, armi nuove: una panoplia appositamente forgiata da Efesto, il dio metallurgo.
L’elemento più importante della nuova panoplia è lo scudo. Lo scudo è l’arma difensiva per eccellenza. Esso consente di proteggere il corpo contro i colpi di lancia o di spada e dà al guerriero la possibilità di avvicinarsi al nemico. La sottile lamina di bronzo che ricopriva gran parte della superficie esterna dello scudo conferiva un’apparenza minacciosa a chi lo portava, quando riluceva abbagliando e spaventando l’avversario.
Tutta la panoplia è risplendente. D’oro è la chioma dell’elmo ed esso risplende come una stella: quando Achille sale sul carro egli appare «raggiante nell’armi». Così, raggiante come astro, egli appare a Priamo mentre corre armato per affrontare Ettore.
Ma in realtà tutti gli eroi hanno una risplendente panoplia e tutti sono simili ad astri…
Certo. Ma per Achille questa ‘splendenza’’ è una riconquista! Era stato seduto e crucciato per circa venti libri del suo poema e i ceramografi quando vogliono dipingerlo sui vasi lo dipingono avvolto in un panno, incappucciato, imbacuccato, nascosto.
Quindi ora riluce: per il lettore dell’Iliade è una novità!
Torniamo allo scudo: l’oro, nella costituzione materiale dello scudo forgiato da Efesto, sembra rivestire un valore protettivo particolare: l’asta nemica - quando Achille finalmente combatte - non sfonda lo scudo: supera i due strati di bronzo, ma si ferma contro l’oro di Efesto: è l’oro a proteggere Achille. E sempre l’oro dello scudo protegge Achille dall’assalto di un ulteriore nemico (Asteropeo); e infine sullo scudo ri-balza la lancia di Ettore.
Alcuni versi, che i filologi antichi non consideravano autentici, sembrano perfino alludere alla capacità dello scudo di reagire autonomamente in difesa di Achille!
forte gemette lo scudo sotto la punta dell’asta. Il Pelide lo scudo da sé con forte mano Allontanò, sgomento; pensava che l’asta ombra lunga Del magnanimo Enea potesse passarlo a suo agio:stolto! (…) E neanche allora l’asta gagliarda d’Enea cuore ardente Sfondò lo scudo, l’arrestò l’oro del dio
Questa “prestazione” dello scudo di Efesto è tanto più prodigiosa perché confrontata immediatamente con l’analoga prestazione dello scudo appartenuto alla precedente panoplia di Achille, ora indossata da Ettore: l’asta colpisce lo scudo, che geme sotto di essa: Ettore compie lo stesso gesto di allontanare da sé lo scudo, per evitare di essere colpito dall’asta che però stavolta lo attraversa agilmente.
Questa nuova potente arma, dunque, dà ad Achille nuova forza.
Le armi, nell’epos, come è stato detto varie volte, sono il doppio del corpo del guerriero: tra il guerriero e il suo equipaggiamento si disegna un gioco di identità notevole. L’arma raddoppia il corpo. Il corpo armato di Achille, tornato nella battaglia dopo lungo isolamento, esprime una nuova identità, una nuova capacità difensiva (ricordiamo che invece nella sua precedente armatura era l’asta, arma offensiva, l’elemento più pregiato e simbolico: era stata del padre, Peleo, e nessuno tranne Achille poteva brandirla).
Ma la costituzione materiale dello scudo non esaurisce la straordinarietà del manufatto. La parte più consistente della tradizione assegna infatti l’automatismo non alla prestazione difensiva dell’arma ma ai soggetti forgiati da Efesto sulla sua superficie: la celebre raffigurazione delle “due città”, la città in guerra e la città in pace con le relative scene di vita cittadina.
Sullo scudo di Achille sono istoriati cortei nuziali che passano, eserciti che si spiano, insidiano, assalgono, pastori che conducono animali, o animali che si affrontano, personaggi e scene concepiti come movimenti e voci e suoni reali! Omero ci dice che sullo scudo c’è gente che si muove, suoni che si odono, paesaggi che mutano…
Uno ‘spettacolo’ vero e proprio. Lo scudo si trasforma in uno schermo.
Uno schermo incorporato in un oggetto! Come i nostri, su smartphone, tablet e smartwatch!
E che film vi viene rappresentato?
Il primo ornamento ageminato da Efesto sullo scudo è ‘cosmico’:
Vi fece la terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena, e tutti quanti i segni che incoronano il cielo (…)
Siamo ben oltre la raffigurazione pittorica in uno spazio bidimensionale: è infatti solo nello spazio tridimensionale del corpo che è possibile simultaneamente percepire la terra sotto i piedi e il cielo sopra la testa. Ma guardare il cielo porta con sé – per genti mediterranee - la percezione di essere in mare. E, in mare, quale gesto più noto del cercare il sole, o la luna per orientarsi? e se è notte non si cercano forse le stelle?
Nel cinema si raggiunge questo risultato, oltre che con l’interpretazione degli attori, con alcune tecniche di ripresa, come la “soggettiva” o “semi-soggettiva”, che consente allo spettatore di vedere la scena con i propri occhi, percependo tutto quello che sente, prova e vede in quel momento il personaggio (la camera) sullo schermo.
E in effetti, si potrebbe descrivere tutta la figurazione dello scudo come una lunga soggettiva, che alterna campi lunghi (“vi fece poi due città”) a campi medi (“in una erano nozze”), a primi piani.
Il gesto artistico che scandisce la narrazione “vi fece” è allora assimilabile al gesto registico che attraverso la camera riprende/realizza la scena che ha in mente.
Nella sequenza successiva a quella “cosmica”, il protagonista-spettatore (la camera) vede due città, poi (stacco) si trova in una di esse, la città in pace. Che cosa vede? Una festa nuziale. E poi? Avanza (zoom), oltrepassa cortei e danzatori, vede le donne che osservano ciascuna dalla sua porta e giunge nella piazza, dove vede una lite, si avvicina e sente gli argomenti di ciascuno e i vecchi sentenziare: l’inquadratura “stringe” sui due talenti d’oro per il vincitore di una gara di sentenze. I soldi sono al centro del sacro cerchio formato dai vecchi, a loro volta all’interno di un’agorà: è il punto più interno della figurazione.
Ora (stacco) la scena cambia: ora lo spettatore è nell’altra città, quella in guerra, e stavolta è fuori dalle mura, dove sono accampati gli eserciti, e si muove verso l’esterno, cioè verso la campagna, a osservare un agguato. Ma lo sguardo viene catturato da un'altra scena: pastori, che assistono all’agguato (non se ne accorgono! Solo il lettore vede, in campo medio, “ripresi” entrambi i gruppi) si accende una lotta, con i morti e i feriti ….
Si oltrepassa la strage, attraversando la campagna, fra le vigne e i campi, i pascoli e le mandrie, finché si vede una danza di giovani e una festa, nuovamente in circolo. All’orizzonte l’Oceano, lontano.
Non è uno straordinario “film” questo che Omero ci ha fatto vedere? Un film sonoro!
Il suono si alza e si abbassa di volume a seconda della distanza dell’osservatore. Vi è il suono alto dell’urlo “Imeneo!” : proviene dai cortei nuziali che vanno “per la città”. La scena è vista da una certa distanza, come a volo d’uccello. Poi l’inquadratura si stringe sui danzatori e solo allora possiamo sentire il suono dei flauti e delle cetre.
La scena successiva è l’agorà: dapprima si sentono le grida dei litiganti e l’acclamare del popolo. Siamo lontani, ma poi ci avviciniamo ad un cerchio più ristretto e sentiamo i vecchi pronunciare le sentenze. L’urlo della folla, il suono degli strumenti musicali, la voce umana: tre gradi di partecipazione, tre cerchi concentrici.
Campi lunghi, dicevamo, e primi piani: dai due campi di armati intorno alla città in guerra non udiamo provenire alcun rumore, li vediamo soltanto. Anzi, vediamo il loro brillare, il luccichio dell’oro delle vesti degli dei e la loro grande statura rispetto agli uomini, e ancora il bronzo lucente dei soldati che preparano l’agguato. Sono scene lontane, senza “sonoro”. Lo sguardo si può spingere fino all’orizzonte, cerchio estremo; l’udito disegna poi un cerchio più interno: la città.
Giungiamo alla fine: lo spettacolo sullo scudo è forse lo spettacolo della vita che fluisce, della normalità, della vita a cui aspira chi è intrappolato in un conflitto a-normale, eterno, senza fine. Un conflitto che ha prodotto impotenza, silenzio e buio.
Per questo sullo scudo nuovo c’è oro, movimento, sonoro, c’è guerra e c’è pace.
E Achille è il testimonial di questo spettacolo.
